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Sono arrivato nella bella Trieste elegantemente incastonata nel golfo. Mi seduce per il mare e per il suo Carso. Dalle parti del porto le case hanno la pelle chiara, grembiuli di polvere e macchie di pastello. Se ha smesso di piovere il mare è un Baltico grigio. Trieste aspetta. Sa di avere un passato, conosce il suo presente dimesso. Non sa un gran che del suo futuro. Per questo, a volte, le piace travestirsi con vecchi abiti. Dalle parti del Canal Grande sembra New Orleans e lungo il canale sembra una piccola Venezia, un po’ Biedermeier con gli sfondi di un'incipiente età industriale, con il quartiere teresiano e le case eleganti, come in via Felice Venezian o il palazzo del greco Demetrio Carciotti, sul lungomare.
A me pare che, soprattutto la sera se è piovuto, Trieste somigli a un pigro bastione inserito sul confine per tenere d'occhio i Tartari. Per ubriacarsi di nostalgie, di ricordi e di pazienza. Le guide ci dicono di partire da Piazza dell'Unità d'Italia. Imbocchiamo una stretta viuzza, via dello Squero, per proseguire lungo via della Pescheria, che si addentra nel cuore della città vecchia, luogo di vita e di osterie. Attraverso via Punta del Forno e capito nel quartiere di Cavana. Passeggiando in Cittavecchia colgo i dettagli dei palazzi che furono il nucleo della vita di Trieste per molti secoli. I nomi delle strade sono poetici: via del Sale, via del Pesce, l'androna dell'Olio, via del Fico, fra le strade vede ciò che rimane di qualche tipica merceria o bottega di alimentari, oppure di qualche osteria. Certi vicoli, certi portoni, sono quelli di una ex capitale dove a incombere è la nostalgia e il tulle della foschia.
Vedo persone che pensano ai propri fatti, che mescolano le carte, che si raccontano le cose a mezzavoce. Sanno chiaccherare per ore. Che ora è? Mi chiede un signore. E' la domanda che a Trieste si fa più spesso. Raggiungo Piazza Hortis, sulla quale si affaccia l’edificio della Biblioteca Civica con dei bei ritratti di Italo Svevo, che annunciano la presenza del Museo Sveviano.
Trieste è una città gattosa, lenta, scettica. Sono tante le culture ed il senso del passato che premono, che a volte schiacciano. Nasce lontano dai modelli italiani, con una grande nostalgia del grembo materno: ma nell'insofferenza, nei rapporti ruvidi con gli stranieri di casa sa essere insieme europea e provinciale. Il suo passato è lì, all'orizzonte: il fantasma di Miramare, con il finto castello gotico, in cui abitò il finto imperatore del Messico Massimiliano e il suo amore Carlotta. Qui si vive in un quotidiano pieno di caffè, geometria dello spazio e del tempo.
C’è un caffè dal 1914, il San Marco dove vi ritrovavano letterati e intellettuali triestini e stranieri, Saba, Joyce, Rilke e Svevo. Arredato in stile viennese, con tavolini in ghisa e marmo scuro, oggi è luogo di manifestazioni letterarie, ma vi si viene soprattutto per gustare l'ottima sacher, la torta dobos e la rigojanci. E ancora il Caffè Tommaseo , il Caffè Tergesteo o il Caffè degli Specchi, luoghi intoccabili che custodiscono il fascino di tempi, e che questa città conserva gelosamente. E poi le pasticcerie, fra tutte la piccola ed elegante Pirona, frequentato da Joyce che abitava a due passi da qui; vi trovo dolci austroungarici e raffinate torte Sacher, Presniz, pinza triestina, Putizza, fave triestine, cotognata, marzapane e torrone rosa, vini e rosoli.
Le guide diranno di continuare per la Galleria del Tergesto, piazza della Borsa, corso Italia, o giù per vie che una volta si chiamavano Sanità e Lazzaretto vecchio e ora Diaz e Cadorna. Ma qui non è la vita che più conta. La vita - quella pigra, sonnolenta, è invece in questi caffè, dove trovi teneri, eleganti bevitori e anziane signore che s'ingozzano di putizza e bevono sherry. Trieste è atemporalità: ti guardi attorno e non sai più che ora é. Qui si continua a convivere solo col tempo.
Con la sua lentezza.
A. A.




















